C'è un fascino particolare nel riscoprire la storia della Sicilia attraverso le vicende di un piccolo comune, della cui vita si partecipa. Gli avvenimenti acquistano una dimensione diversa; lo svolgersi dei grandi eventi diventa più vivo, legato come è al rinfrangersi di essi nella storia di una località, di un rudere, di un palazzo. A poco a poco, immergendosi in questa rievocazione, è il paese stesso che racconta.

Si colorano di storia gli angoli e le contrade, in ogni luogo si ritrova il respiro del tempo. L'arco di una chiesa trecentesca, la torre del Castello, la mole di un convento ed il marmo di un monumento funebre ritornano ad avere il sapore della loro epoca. Non sono più freddi ed immoti testimoni muti del passato, ma, quasi per un prodigio, i luoghi riprendono a vivere ciascuno il proprio momento migliore.

Ciò avviene naturalmente quando un comune è carico di storia, quando vi è qualcosa che è rimasta, anche se poco, dei Bizantini e degli Arabi, dei Normanni e degli Svevi, degli Angioini, degli Aragonesi e dei Borboni, di coloro cioè che si sono susseguiti come dominio o come influenza nello scorrere del tempo.

Ma vi è un altro elemento di fascino e di interesse quando si volge lo sguardo nel passato: ed è quando, oltre al filo degli avvenimenti, si cerca di cogliere in che misura i fatti della storia abbiano inciso nelle tradizioni e nella vita di una comunità. Qui sono gli uomini, che emergono lentamente dalle nebbie del tempo con il loro racconto. Ed allora gli avvenimenti servono a comprendere abitudini e costumi, si illuminano tante zone oscure, si chiariscono tanti perché, si avverte da che cosa deriva la storia di ogni cittadino, di ogni famiglia, ricca o povera di un centro abitato nell'interno della Sicilia.

Così, anche per Cammarata, pietre e ruderi, uomini e ombre, attraverso queste pagine, fanno udire la loro voce. E' la storia di un borgo agricolo che già esisteva durante il periodo di Bisanzio, con i suoi casali, i suoi campi, la sua montagna boscosa, le sue grotte nelle quali millenni prima avevano abitato tribù di neolitici. E' la storia di un borgo che conobbe gli Arabi, nel quale i Normanni portarono o riportarono il feudalesimo, che visse per sette secoli la sua storia all'ombra dei Signori, elevandosi al rango di Contea, che più volte tentò sanguinosamente di giungere alla vita autonoma con la sua Universitas, i suoi statuti, il suo libero ordinamento municipale, che divenne municipio nel 1819 dopo l'abolizione del feudalesimo, che ha partecipato attivamente a tutta la storia degli ultimi due secoli.

Ma è una storia piena di pagine appassionanti: le rivolte popolari per liberarsi della servitù feudale e passare quale libera città al regio demanio (era quella allora la più alta espressione di libertà), il formarsi di scuole superiori di retorica e di filosofia, la fioritura dei Santi e di uomini dotti, la presenza tra i Conti di Cammarata di persone che cercarono di modificare le condizioni di vita dei contadini, a differenza della maggior parte degli altri Signori che vede-vano la signoria di Cammarata solo come il luogo da cui trarre di che alimentare lo sfarzo della loro vita e delle loro avventure guerresche.

Ed ancora le influenze delle comunità monastiche: le benedettine, le orsoline, i domenicani, i cappuccini, i frati minori, la storia dei miracoli e delle tradizioni locali, l'affermarsi di una antica tradizione artigiana per la tessitura dei tappeti, la creazione di numerose opere filantropiche da parte di ricche famiglie sono tante tessere di un grande mosaico, che si forma con la lettura di questa storia e che lega, con una partecipazione struggente, chi ha respirato l'aria di questa montagna, ma che attrae anche chi pur non conosce questo paese.

E si afferra dal profondo il perché di un modo di vivere, e si comprende il perché di tanta rassegnazione, e si ammira e si apprezza e si palpita di più per ogni abitante di questa terra, e più ferma-mente si desidera operare per rendere migliore la vita. RAFFAELLO RUBINO - Sindaco di Cammarata

 

 Adagiata alle pendici della sua maestosa montagna, che dalle sue due vette coniche di varia altezza, Monte Lungo e monte S. Venere, domina il vastissimo territorio, edificata in ripido declivio a ridosso di una rupe alta sulle colline circostanti, Cammarata si offre allo sguardo in una posizione e con un aspetto veramente singolari. Le sue case, che si arrampicano una sull'altra, come in una corsa affannosa verso l'alto della collina, dominata dalla sagoma svelta e leggera del campanile di S. Maria di Gesù, sembrano, così fittamente addossate, costituire un unico immenso palazzo, una costruzione ciclopica, punteggiata qua e là dal verde dei suoi giardini e degli alberi che crescono tra le vie o nelle piazzette.

 

Quando la mattina, al suo primo sorgere, il sole la illumina e si riflette negli innumerevoli vetri delle mille finestre delle case, sembra che un mago le abbia incantate e trasportate in un regno di fiaba;

la notte poi, le luci innumerevoli, tremolanti a grappolo nell'oscurità, in un disordine non privo di suggestione, fanno pensare ad una galassia impigliatasi tra gli alberi dei boschi, o ad un presepio gigantesco che, per opera d'incanto, viva perennemente sullo scenario della montagna solenne ed austera, sotto un cielo brulicante di stelle.

 

Chi si affaccia ad una delle sue finestre, o alla ringhiera delle sue piazzette e delle strade erte e tortuose, , ma aperte sul paesaggio circostante, può ammirare costantemente, nell'infinita variazione di toni, di luci e di colori, che il susseguirsi delle stagioni e delle ore dona al cielo e alle campagne, un panorama immenso degradante lentamente verso la valle del Platani. Percorso dal nastro di asfalto dello stradale, segnato dalle strisce delle molte trazzere fiancheggiate, in primavera, dalle ginestre in fiore, circondato da un'ampia chiostra di colline e montagne, il paesaggio si perde fino alla remota cortina azzurra delle Madonie e, nelle giornate limpide, sullo sfondo di un cielo immacolato, fino al cono inconfondibile dell'Etna, luminoso nelle sue nevi perenni, eternamente imbandierato dal suo pennacchio di fumo.

 

Non è facile tracciare la storia delle origini di Cammarata, specialmente del territorio, che aspetta le pazienti ricerche dell'archeologo. In questi ultimi anni il Gruppo speleologico Akragas di Agrigento ha compiuto ripetute, per quanto sommarie, esplorazioni in alcune delle numerose grotte del territorio di Cammarata e di S. Giovanni Gemini e sono stati  invenuti nuclei prismatici e piramidali, lamette silicee a dorso battuto, microliti ritoccati, grattatoi su estremità di lame, bulini e punteruoli su osso fossile.

 

Più volte, e in tempi diversi, sia in queste come in altre grotte, si sono trovati vasi e cocci fittili non colorati, alcuni dei quali presentavano tracce di disegni geometrici. Inoltre non sono rari, nel territorio di Cammarata, i ritrovamenti di punte silicee o bronzee, di frecce, di qualche animale in bronzo del tipo di Polizzello e di qualche torello stilizzato, come quelli rinvenuti a Sutera.

 

Pur dovendosi rigettare come inaccettabili, storicamente non dimostrate e geograficamente assurde, le affermazioni di Ortelio e Leandro, di Alberti e Massa che volevano in Cammarata l'antico sito di Camico e la reggia di Cocalo, di Arezzo che riteneva di poterla identificare con Inico, di Matteo Selvaggio e di Alessandro Adimari che la volevano sorta sulle rovine di Camarina, non si può negare, soprattutto in base ai reperti archeologici, che il tesiastatoaUtatD3' , in tempi antichissimi, da popolazioni di civiltà primitiva e greche, in tempi storici, popolazioni greche e romane vi siano vissute, come attestano anche gli oggetti di bronzo inventariati da Paolo Orsi.

 

Il Biancorosso, che indica la voce Kammarak come nome sicano, ritiene che gli antichi sotterranei, che per tre chilometri di circonferenza si estendono nel sito dove le due vette della montagna formano la cosiddetta Portella di S. Venere, a tre chilometri di distanza del sottostante casale, siano indicazioni di abitazioni preelleniche, e precisamente sicane, e addirittura crede possibile l'esistenza di città sicane nel territorio del monte stesso. Per avvalorare la sua tesi richiama perciò l'opinione di alcuni studiosi, che il nome di Cammarata fanno derivare da « camara », che in greco significa volta, camera a volta o cupola, dalla forma rotonda o oblunga. Pone quindi l'origine del nome,in riferimento alle molte frotte del suo territoriom fra cui la più celebre che, avendo il suo ingresso alle falde occidentali, del Monte Lungo, nelle cui vicinanze sorgeva la chiesa di S. Elia, aveva la sua uscita nella parte opposta del monte, nella grotta detta di Acqua fitusa.

 

 Inaccettabile è l'ipotesi del Biancorosso dell'esistenza così remota della città, e ancor più insostenibile, sia dal punto di vista storico che filologico, la tesi che il suo toponimo possa avere origine sicana da Kammarak. Peraltro, se rimane pur sempre difficile considerare le origini di Cammarata nel tempo, non possiamo ritenere estranee alla nostra considerazione le opinioni degli storici, alle quali fanno riscontro le esplorazioni archeologiche, su e popolazioni preelleniche che abitarono la Sicilia. E nel nostro caso sappiamo che le popolazioni sicane, per varie vicende, storiche o geologiche, si raccolsero particolarmente nella Sicilia centroccidentale. Non è da escludere, quindi, che il vasto monte e il territorio, dove sorgerà Cammarata, possa essere stato abitato da nuclei di popolazioni sicane. I risultati delle limitate esplorazioni archeologiche che, come abbiamo detto, attendono una sistematica scientifica, possono iniziarci ad una conferma.

 

Una continuità storica, nell’età della colonizzazione greca e successivamente dell'occupazione romana, nel territorio di Cammarata, ci indicano gli oggetti di bronzo inventariati da Paolo Orsi.

Di abitazioni e di stazioni di epoca cristiana parlano ancora le numerose tombe ad arcosolio, situate lungo il fiume Tumarrano, in località Casabella, e lungo la strada nazionale Agrigento-Palermo, in località Gilferraro. Di popolazioni bizantine, vissute nel territorio di Cammarata, sono un’indicazione, oltre i parecchi toponimi sicuramente di origine greca rimasti ancor oggi, come Ancona, Ortusa e lacona, l’esistenza delle due chiese di S. Elia e di S. Ventre, che sorgevano sulla montagna verso la parte meridionale l'una, e con il suo casale l'altra alle falde orientali del monte.

 

Degli storici moderni alcuni, fra i quali l'abate Amico,. Attribuiscono ai Musulmani l'origine di Cammarata, altri, e fra questi Cesare Pascae Michele Amari, danno al paese...normanna, non soltanto nella sua fondazione, ma anche nel suo toponimo, mettendolo in relazione con località dell'Italia settentrionale dello stesso nome, dalle cui popolazioni, venute al seguito del conte Ruggero, sarebbe stato fondato, così come è avvenuto per altre città della Sicilia.

 

Sebbene il nome di Cammarata appaia per la prima volta in un documento del 1141, non è accettabile l'opinione dell'Amari, non essendo dotata la presenza di colonie cosiddette lumbaule, nella cita, nè contro l'opinione del Pasca, il nome stesso di Cammarata sembra di origine araba come giustamente fa notare Calvaruso. Infatti, gli scrittori arabi non lo riportano sempre allo stesso modo perché, se Zdrisi scrive Quammàratah, Jakút invece la chiama Quimratah,  segno evidente che essi trascrivevano un  nome non arabo. Inoltre lo stesso Jakút denomina beled, cioè paese, Cammarata, mentre  paesetto, rocca, villaggio, fortezza sono indicate terre minori. Il nome di paese non poteva, certo, attribuirsi ad un abitato in formazione.   Gli scrittori arabi, tuttavia, indicano il sito e l'esistenza di Cammarata senza aggiungere alcuna precisazione sulla sua origine. Possibilmente il nucleo primitivo del paese, con il suo toponimo, dovette  preesistere all'invasione degli Arabe ciò spiega come il nome sia   rimasto nella loro lingua e perché al paese non ne sia stato imposto uno di origine araba, come a tanti altri della Sicilia. Un altro indizio che suffraga la nostra ipotesi è che durante la dominazione araba,  essendo sorte-delle gravi-controversie tra i contadini dei feudi di Miccichè e del Tunrarrano, furono nominati degli esperti e degli inter,  preti di lingua greca, alcuni dei quali vennero da Cammarata. Ciò  dimostra l'esistenza di un centro abitato, a cui corrispondeva il nome 

Di Cammarata ed in cui non si era del tutto spenta la tradizione bizantina, se ancora si parlava da alcuni la lingua greca. Durante il periodo arabo il territorio di Cammarata dovette subire tutte le vicissitudini di quel turbolento periodo di rivolte e di controrivoluzioni, prodotte  dall'antagonismo fra le due principali stirpi  musulmane che avevano conquistato la Sicilia, cioè quelle degli arabi  e dei berberi. Cammarata, posta come era fra Castronovo ed Agrigento, dovette seguire la sorte di quest'ultima, che era a capo delle popolazioni berbere che occupavano la parte meridionale della Sicilia, ed essere compresa quindi nei domini di Hammúd, quando il conte Ruggero si rivolse a debellare gli ultimi stati musulmani dell'Isola. Espugnata Agrigento, nel 1087, e tutti gli altri castelli del territorio, anche il castello di Cammarata cadde sotto la conquista 

normanna. Ultimi documenti storici su Cammarata risalgono, infatti, all'epoca normanna, quando il suo territorio venne concesso dal conte Ruggero alla sua consanguinea Lucia, che nei diplomi rimastici viene denominata Domina Camaratae, Lucia de Camerata, Castelli Camerate dominatrix. Essa dovette ricevere l'investitura feudale del territorio e del Castello agli inizi del, secolo XII, tenendola sino alla metà circa dello stesso secolo. Dai predetti diplomi in cui vengono anche elencati i casali e i beni, che Lucia donava alla chiesa di S. Maria da lei edificata, si ricava che Cammarata doveva essere già un paese, che possedeva un esteso territorio e un Castello con diritti e prerogative proprie, se la Dominatrix, con l'approvazione del re Ruggero, con-cedeva inoltre l'uso del pascolo e delle acque in tutti i terreni perti-nenti al territorio di Cammarata.

Inoltre nel Libellus de successione pontificurn Agrigenti è ricordato come fin dalla ricostituzione della diocesi agrigentina, avvenuta circa l'anno 1093, fosse stato, tra gli altri, costituito un beneficio nella chiesa di S. Nicolò di Cammarata, divenuto prebenda agli inizi del secolo XIII. Ciò prova che all'_epoca della conquista normanna esisteva la chiesa di S. ,Nicolò e, ricordando lo spirito tollerante degli Arabi, si può anche pensare che la chiesa di S. Nicolò e la popolazione, raccolta intorno ad essa, possano essere di epoca ante-riore ai Normanni.

Riferendosi, quindi, agli scrittori arabi, che per primi hanno ricordato Cammarata, e ai diplomi del 1141, 1150, e 1153 pubblicati dal Pa-sca e tenendo conto che il conte Ruggero, nell'instaurare in Si-cilia il sistema feudale, aveva concesso ai suoi congiunti vasti terri-tori di notevole importanza, non poteva il territorio concesso alla no-bile Lucia essere di scarso rilievo e costituito soltanto da casali. Tali considerazioni conducono anche il Di Giovanni a credere verisimile che l'origine di Cammarata sia anteriore alla dominazione normanna ed anche alla dominazione musulmana. Il Tirrito, per giusti-ficare l'attribuzione ai Normanni della fondazione di Cammarata, pone come possibile ipotesi che la città, distrutta nelle rivolte dagli Arabi stessi, sia stata riedificata e restaurata dai Normanni.

 

Il potere su Cammarata fu assunto zia Lucia che, in seguito, si associò il figlio Adamo, il quale lo mantenne fino al 1154. Cammarata, sotto il dominio della madre e del figlio, con i suoi numerosi casali intorno, dovette ampliarsi e prendere un notevole sviluppo; ed anche la sua popolazione dovette aumentare. Non si conoscono quali opere Lucia abbia compiuto nel paese, ma è certo che a lei si deve la costruzione del tempio di S. Maria, che fu detto poi di S. Maria di Caccia-pensieri. Dopo la morte di Lucia e del figlio Adamo non si ricordano più altri vori della terra di Cammarata che, estintasi probabilmente la famiglia di Lucia, dovette essere devoluta al regio demanio, alla cui dipendenza dovette rimanere per circa un secolo. Durante questo lungo il periodo nessun documento ci palesa le vicende storiche di Cammarata, finché, passata la Sicilia sotto la dominazione sveva, da re Manfredi nel 1257 la terra di Cammarata, fino alla Rocca detta di pietra d'Amico, veniva concessa allo zio Federico Maletta, Preside del Regno.

 

Narrare pertanto la storia di Cammarata fino al secolo XVIII, ad eccezione di brevissimi periodi in cui godette della libertà demaniale, può dirsi che sia soltanto una sequenza di uomini, i signori, che governarono sacrificando ogni esigenza umana, sociale ed economica l proprio interesse. E' un susseguirsi, infatti, di trasferimenti di investiture, di spoliazioni e di donativi, che lascia chiuso ogni altro motivo, per far prevalere una monotonia di nomi. Scomparsi, dobbiamo ricordarli, perché costituiscono elemento storico legato a quelle terre, dalle quali però rimangono lontani, come vollero esserlo quando erano in vita, in quanto spesso non vi risiedettero.

 

Federico Maletta tenne la signoria di Cammarata soltanto un armo, noiché nel 1258 morì in una battaglia, presso Erice per debellare alcuni baroni, che si erano ribellati al re Manfredi. Dopo la morte di Federico Maletta da un documento dato in Napoli, che il Tirrito riporta come inedito, sembra che sia stato signore di Cammarata Manfredi Lancia che, come marito di Alberada, consanguinea di re Manfredi, aveva ottenuto la signoria dalla reggente, moglie dello stesso re Manfredi.

 

Nel 1263 succedeva Manfredi Maletta che, pur essendo imparentato agli Svevi, parteggiò per gli Angioini e da Carlo d'Angiò, insieme agli altri beni, gli venne confermata la terra di Cammarata. Nel 1269, come si ricavadal ricordato diploma di Napoli, Cammarata, ricordando del suo felice stato di città demaniale goduto durante il regno di Federico II, tentò di passare al regio demanio. Ne fece richiesta al Re angioino, offrendo alla Regia Curia un considerevole donativo che Carlo accettò, promettendo di restituire la città al regio demanio, promessa che peraltro non fu mantenuta o che gli venti del Vespro non consentirono di mantenere.

 

Nel 1286 infatti, dopo la rivolta del Vespro, nella signoria di Cammarata troviamo Manfredi Maletta, nipote di Federico, detto Manfreduccio, consigliere di Federico d'Aragona. Nel 1299, dopo la battaglia di Capo d'Orlando, in cui furono sconfitti gli Aragonesi,

il Maletta cedette la sua fortezza di Paternò a Roberto d'Angiò, che poté salvarsi per il suo tradimento alla causa aragonese; tentò ancora il Maletta di fare cadere nelle mani dell'Angioino anche Cammarata, ma non vi riuscì. Tuttavia nel 1300 la città si accostò agli Angioini, quando ebbe la promessa di passare al regio demanio. Sopravvenuta, quindi, la_pace di Caltabellotta nel 1302, Manfredi N'aletta, per il suo tradimento, perdette i suoi beni e con essi la signoria di Cammarata, che da Federico II d'Aragona veniva concessa a Vinciguerra Palizzi. Era questi di origine normanna-e, nella lotta contro gli Angioini, era stato uno dei più decisi ed abili sostenitori degli, Aragonesi. Il Palizzi ottenne i diritti feudali anche per i suoi successori, che dovevano accedere all'eredità secondo l jus francorum, cioè per successione maschile e femminile. Alla sua morte, infatti, la signoria di Cammarata nel 1336 passò alla figlia Macalda, che era andata sposa a Sancio d'Aragona, figlio naturale di Pietro I, e che con lui esercitò il potere fino a quando successe il figlio Federico. Le vicende delle lunghe guerre contro gli Aragonesi e la necessità di dovere ricorrere ai baroni aveva indebolito l'autorità regia a vantaggio della feudalità. Questa venne acquistando sempre più prestigio, finchè, per la debolezza dei successori di Federico II d'Aragona, le gelosie e le ambizioni di dominio provocarono la divisione della Sicilia in due fazioni, quella latina, o nazionale, capeggiata dai Chiaramonte e dai Palizzi, e la catalana fedele al Re aragonese. Aderendo Federico d'Aragona alla fazione catalana, nel 1348 fu privato della signoria di Cammarata, che dal re Ludovico fu concessa a Corrado di Aurea, o Doria, discendente della famiglia genovese ghibellina, che si era trasferita in Sicilia al seguito dei primi re aragonesi. Egli tenne il potere della signoria anche quando nel 1353, per il trattato di pace fra le due fazioni, fu stabilito che ciascuno dei

baroni fosse reintegrato nel possesso dei propri beni feudali. Sappiamo anzi che Corrado di Aurea nel 1355 accoglieva ed ospitava per alcuni giorni nel Castello di Cammarata il re Ludovico, che lo nominava, per i servigi più volte resi al re, Grande Ammiraglio del Regno.

Soltanto dopo la morte di Corrado di Aurea, nel 1361, la signoria di Cammarata poté essere restituita agli Aragona, prendendone l'investitura nel 1364 Vinciguerra Aragona, che ottenne da re Federico III il privilegio di esercitare nei suoi feudi ogni giurisdizione. Il fasto con cui egli prese possesso della signoria rasentò quello regale, e ciò potrebbe ancora una volta testimoniare come di fronte alla debolezza regia si contrapponessero gli appannaggi baronali, che mal nascondevano la tirannia che opprimeva le popolazioni.

 

Nel 1384 a Vinciguerra di Aragona successe il figlio Bartolomeo, che restaurò e rinnovò il Castello già esistente ai tempi della normanna, Lucia e considerato tra forti della Sicilia. Restaurato già nel 1340 ad opera di Ottobono di Aurea che, sembra, abbia avuto, almeno per poco tempo prima del fratello Corrado, la terra di Cammarata, si devono probabilmente Bartolomeo bastioni e i terrapieni della parte meridionale, di cui ancora si può scorgere il tracciato. Il 10 luglio del 1391 Bartolomeo di Aragona partecipò alla riunione dei baroni siciliani tenuta nella chiesa di S. Pietro, in territorio di Castronovo, presso le rive del Platani.

 

Nella condotta politica di Bartolomeo di Aragona emerge uno dei momenti storici più interessanti per la Sicilia, che può dirsi apportatore di conseguenze, ,che non solo neutralizzarono le, forze politiche che avevano apportato il Vespro e le conseguenti lotte perché la Sicilia mantenesse una propria-autonomia ma diedero luogo a quel lento decadere che, nelle lotte partigiane e nelle contese di potere, dovevano annullare quell'unità, che originariamente aveva dato la conquista normanna, per scivolare in quel continuo decadere che condurrà la Sicilia a divenire una provincia Spagnola. Emerge quindi ancora una volta come le ambizioni personali dei signori, di Sicilia, non solo asservissero ai loro interessi quelle delle popolazioni, ma anche mortificassero le tradizioni storiche, che avevano portato la Sicilia ad uno stato unitario e progredito.

 

Bartolomeo di Aragona, vissuto nel periodo in cui, dopo la morte di Federico III il Semplice, con la successione della figlia Maria, si accesero le discordie dei baroni, sebbene avesse aderito a quanto si era stabilito nel Parlamento di Castronovo del 1391 di non riconoscere re di Sicilia Martino, che fondava le sue pretese al Regno per avere sposato Maria, sembra che ancor prima della convocazione del Parlamento fosse entrato in relazione con Martino, favorendo le sue pretese e ricevendone larghe promesse di favori. Perciò, quando la regina Maria e Martino nel 1392 vennero in Sicilia per prendere possesso del Regno, Bartolomeo di Aragona, con i due vicari Guglielmo Peralta e Antonio Ventimiglia, andò fino a Favignana a rendere omaggio ai sovrani, per accompagnarli quindi a Trapani. Per i suoi servigi egli ebbe da Martino mantenute le promesse: ebbe riconfermata la signoria di Cammarata, che venne estesa con l'annessione di altri territori, ed ottenne la carica di Siniscalco del Regno.

Essendosi riaccese contro Martino le ostilità dei baroni, anche Bartolomeo di Aragona vi partecipò e nel 1393 per la sua defezione ebbe tolta la signoria che passò a Pietro Queralt. La sorte di Bartolomeo è legata da questo momento alle alterne vicende fortunose della causa dei Martino. Adoperando, ancora una volta, la sua doppia maniera di sapere trarre profitto del momento in cui la fortuna dei Martino si presentava favorevole, riuscì ad ottenere il perdono della sua defezione, venendo reintegrato nel 1396 nei suoi beni.

 

Non durava molto tempo le fedeltà di Bartolomeo di Aragona perché, nel 1397, prendeva nuovamente parte alla rivolta contro Martino, riuscendo anche a far sollevare la popolazione di Cammarata. Contro il ribelle venivano inviate le truppe regie e veniva affidata l'espugnazione del Castello, dove Bartolomeo si era rinchiuso deciso a designazione del Castello, dove Bartolomeo si era rinchiuso deciso a resistere, a Bernardo Cabrera. Infine sconfitto e dichiarato traditore, fu costretto ad allontanarsi dalla Sicilia.

 

La signoria di Cammarata passò al demanio, e il re Martino, con diploma dato a Noto il 15 ottobre 1398, la concedette a Guglielmo Raimondo Moncada. Gli abitanti di Cammarata non vollero piegarsi al nuovo signore e, istigati dai partigiani di Bartolomeo di Aragona, presero le armi e resistettero validamente ai ripetuti attacchi del Moncada. Il re Martino, il 5 dicembre 1398, inviò contro Cammarata, da Sciacca dove si trovava, le sue truppe comandate da Giacomo Prades e Matteo Moncada, figlio di Guglielmo Raimondo.

Queste, però, non riuscirono a penetrare nel paese, difeso validamente dalla sua posizione naturale e dal Castello, inespugnabile per la potenza delle opere difensive e dei baluardi che lo circondavano.

 

L'assedio durò a lungo tanto che re Martino il 7 aprile 1400 dava a Bernardo Cabrera le più ampie facoltà di armare gente e di riscuotere tasse e tributi per provvedere all'espugnazione del Castello di Cammarata, dove si erano rinchiusi i ribelli. La lotta fu accanita ma, dopo tre mesi di assedio, Cammarata dovette piegarsi al Moncada, che vi entrò ai primi di agosto. Il paese fu sottoposto a saccheggio e i ribelli supertesti furono passati per le armi. La caduta di Cammarata, o almeno la battaglia decisiva, dovette molto probabilmente accadere il 10 agosto 1400, perchè Guglielmo Raimondo Moncada, volendo ingraziarsi l'animo degli abitanti, avendo restaurato ed ingrandito a tre navate la chiesa madre di S. Nicolò di Bari, vi volle anche erigere una capi la in onore di S. Lorenzo, la cui festa cade proprio il 10 agosto.

 

Fu lui, o il figlio Matteo, o il nipote Guglielmo Raimondo, che gli successe nella signoria di Cammarata nel 1423, a dotare il paese di uno stemma singolare e, nelle intenzioni, offensivo per la cittadinanza. Su campo azzurro si vede una donna che, allattando due serpenti, non si cura dei figli che giacciono ai suoi piedi; è circondata dal motto « alios nutrit, suos spernit ». Qualcuno ha voluto vedere nel simbolo e nel motto un riferimento al carattere dei Cammaratesi, sempre pronti a correr dietro a ciò che è forestiero; altri, invece, ha ritenuto che esso metta in evidenza la loro ospitalità e la loro generosità.

 

 Sapendo che lo stemma è stato imposto ai Cammaratesi per disprezzo e per, farli vergognare della loro accanita difesa contro l'oppressore, esso senza altre interpretazioni può, nella sua cruda chiarezza, costituire un onore e un vanto per il paese. Gli stemmi di molte città sono stati ereditati dai signori che una volta le dominavano, quello di Cammarata, originato da un motivo che ricorda la lotta per la libertà, può ritenersi fra gli emblemi che hanno un legame con le vicende storiche della popolazione, e perciò merita di non essere dimenticato.

 

Degli antichi monumenti, in cui era riprodotto, non resta ormai traccia alcuna, perché la fontana pubblica della piazza, su cui era stato scolpito, è scomparsa da tempo e nel 1812 venne abbattuta la statua posta nella piazzetta antistante la chiesa di S. Sebastiano che, riproducendo la donna dello stemma, rappresentava Cammarata. Allora i Cammaratesi, ritenendo di vedere in quella statua il simbolo dei lunghi secoli di servitù e di miseria, vollero che ne scomparisse anche il ricordo.

 

 Un altro stemma in pietra si trovava sulla facciata della chiesa di S. Sebastiano e S. Rocco, perché essa era di patronato dell'Università, così era detto l'istituto comunale dell'età medievale. Esso venne divelto verso la fine del secolo XIX e l'unico ricordo dell'antico stemma di Cammarata rimase ai piedi del panorama del paese, accanto allo stemma dei Branciforte, in un quadro di Michele Lapis datato del 1663, che rappresentava S. Ignazio di Loyola e S. Francesco Saverio in atto di pregare la Madonna per il paese posto ai loro piedi. Il Consiglio comunale, ricordando con orgoglio l'origine storica dell'antico emblema di Cammarata, ha deliberato di adottarlo come stemma e farlo campeggiare sul gonfalone comunale.

 

I Moncada ebbero anch'essi confermato il privilegio, ottenuto da Vinciguerra Palizzi, di prendere possesso della loro signoria con una cerimonia che si svolgeva con un corteo, ricco di sfarzo regale, che dal palazzo giungeva alla Chiesa Madre. Il figlio di Matteo, Guglielmo Raimondo Moncada, fu assai stimato da re Alfonso d'Aragona, che non solo gli confermò i feudi paterni, ma lo nominò Gran Cancelliere e Camerlengo del. Regno e nel 1428 anche Vicerè di Sicilia. Nella guerra che Alfonso combatté per la successione ai trono di Napoli, Guglielmo Raimondo Moncada con altri baroni ap-poggiò il re con armi, uomini e denari, seguendolo anche nella prigionia quando, dopo la battaglia navale di Ponza nel 5 agosto 1435, cadde nelle mani dei Genovesi e fu portato prigioniero presso i Vi-sconti di Milano.

Alfonso d'Aragona che, per il rinnovamento culturale ed artistico operato nella sua corte di Napoli, fu detto il Magnanimo che in Sicilia fu promotore di riforme del sistema giudiziario, che nei parlamenti proclamava l'inalienabilità dei luoghi e delle prerogative demaniali, avido di denaro per le sue lunghe e frequenti guerre, dimentico dei principi da lui stesso affermati, non soltanto iniziò quel rovinoso sistema di vendere terre e privilegi a favore della Corona, ma diede anche la facoltà ai baroni di adottare lo stesso sistema. E co-sì nel 1431 anche Guglielmo Raimondo Moncada, prima di segui-re Alfonso nelle sue imprese napoletane, aveva ottenuto dal re la facoltà di vendere i suoi beni e i suoi feudi e perciò nel 1431 vendette a Giovanni Abatellis, con la baronia di Motta S. Agata e la fortezza di Pietra d'Amico, la signoria di Cammarata.

Giovanni Abatellis, che nel regno di Sicilia fu un personaggio di primo piano, avendo coperto la carica di Presidente del Regno, man-tenne la signoria di Cammarata fino al 1452. Federico, successo al padre nel 1453, venne decorato dal re con il titolo di Conte, e Cammarata venne elevata a Contea. Nel 1458 egli vendette ad Antonio Monteleone la baronia di Motta Sant'Agata, riservandosi però il di-ritto di ricomprarla, diritto che esercitò qualche anno dopo. Nel 1466 gli successe il figlio Giovanni Francesco, che fu Camerlengo del regno di Sicilia; nel 1458 questi trasmise la Contea al figlio Antonio, che dal re Ferdinando ebbe confermato il titolo di Conte.

Antonio Abatellis, non avendo figli maschi, dichiarò erede della Con-tea la figliuola Margherita, che andò sposa allo zio paterno Federico Abatellis. Questi ricevette l'investitura di Cammarata nel 1503

e quattro anni dopo, ottenuta dal re Ferdinando la facoltà di costituire nei suoi feudi nuovi centri abitati, costruì un nuovo paese in un luogo pianeggiante vicino Cammarata, al di là del fiume Turibulo. Poiché sul posto vi era una cappelletta dedicata a S. Giovanni, il nuovo centro abitato assunse il nome di S. Giovanni di Cammarata, cambiato in seguito in S. Giovanni Gemini.

 

Alla morte del re Ferdinando il Cattolico molti baroni siciliani, fra cui Pietro Cardona, conte di Collesano, e Federico Abatellis, conte di Cammarata, riunitisi in Termini, acclamarono re di Sicilia Carlo V di Asburgo. Dopo la rivoluzione di. Palermo, che costrinse il vicerè Ugo Moncada a rifugiarsi in Messina, essi decisero di inviare il Cardona e l'Abatellis a Bruxelles per chiedere al giovane sovrano l'allontanamento del Moncada e la nomina di un vicerè italiano. Il Moncada venne sostituito con il vicerè Ettore Pignatelli di Monteleone, ma il Cardona e l'Abatellis furono costretti a rimanere come ostaggi presso l'Imperatore.

 

Se fu sostituito il vicerè che, al suo giungere in Sicilia, diede prova di non voler infierire contro i rivoltosi, concedendo alla maggior parte di loro il perdono, e di volere sedare i malcontenti revocando le concessioni e i soprusi del Moncada, il potere rimase sempre in mano di quegli stessi giudici della Gran Corte, che erano fautori del Moncada. La situazione di malcontento non cessò, provocando in Palermo nel 1517 una rivolta, capeggiata da Gian Luca Squarcialupo. Organizzata con l'intento di istituire in Sicilia libere costituzioni comunali, aveva in realtà lo scopo di eliminare tutti i fautori del Moncada.

 

Per eccitare il popolo alla rivolta lo Squarcialupo accolse e sparse la notizia che i conti di Collesano e di Cammarata, tenuti in ostaggio a Bruxelles, erano stati giustiziati : la congiura fallì, che anzi lo stesso Squarcialupo cadde vittima di un'opposta congiura aristocratica e fu assassinato. Molti nobili richiesero, quindi, il ritorno del Cardona e dell'Abatellis e ad essi, nel dicembre del 1518, si associò il Parla-

mento siciliano.

Ritornato in Sicilia, il Conte di Cammarata, nel Parlamento del 1522, chiese che il solito donativo da farsi al re fosse pagato soltanto dai due bracci ecclesiastico e baronale, e che il popolo ne fosse esentato. Il vicerè, ritenendo demagogica la proposta e temendo che potesse provocare disordini, trasferì in Messina le altre sessioni del Parlamento. L'Abatellis vi si presentò circondato da un gran numero di armati, e il viceré, insospettito, lo fece arrestare e lo inviò a Napoli, dove fu rinchiuso nel forte di Castelnuovo.

 

Scopertasi intanto la congiura capeggiata dai fratelli Imperatore, che si proponeva di offrire la Sicilia al re Francesco I di Francia, l'Abatellis venne accusato da un certo Leofante di esserne membro e, sottoposto a tortura, confessò, quantunque in seguito negasse. Venne perciò condannato a morte e giustiziato il giorno 11 luglio 1523 a Milazzo, insieme ad altri. Le teste dei congiurati, chiuse in gabbie di ferro, furono appese alle mura dello Steri di Palermo e vi rimasero sino al secolo XVIII : quella dell'Abatellis fu, nottetempo, tolta dalla gabbia da un giovane animoso, di nome Vincenzo Di Giovanni, e seppellita insieme al corpo.

 

Mentre al cospicuo territorio di Cammarata venivano alienati alcuni feudi, con i quali furono da Carlo V gratificati coloro che gli erano stati fedeli, moriva l'unico erede maschio del conte Federico Abatellis. Tuttavia nel 1528 da Carlo V la contea di Cammarata veniva restituita all'unica figlia superstite, Isabella, che la tenne fino alla sua morte, avvenuta anch'essa immaturamente. Nel 1531 Isabella Abatellis vendeva la Contea a Blasco Branciforte, che alienava ancora buona parte del territorio.

 

Nel 1535 Margherita, vedova di Federico Abatellis e madre di Isabella, dopo la morte della figliuola, essendo rimasta unica erede della famiglia Abatellis, ottenne da Carlo V la facoltà di rivendicare la Contea. Blasco Branciforte, temendo di incorrere in fastidi con la Corona, per avere arbitrariamente alienato parte del territorio della Contea, e nello stesso tempo non volendo perdere il privilegio, nominalmente rinunziò, ma sostanzialmente, sposando nel 1536 Margherita, ne riceveva in dote la Contea, di cui nel 1537 riceveva l'investitura. Il Branciforte rivestì varie cariche pubbliche e fra le altre ebbe la carica di stratigoto di Messina e di capitano d'armi di Agrigento e di Trapani. Morì nel 1546 e le sue ceneri furono seppellite nella Chiesa Madre di Cammarata, dove la moglie Margherita gli fece innalzare un monumento funebre.

 

Da Margherita Abatellis Branciforte, che ereditò tutti i diritti feudali, nel 1550 la Contea passò al figlio Girolamo. Questi per le notevoli cariche nella Corte e per la sua attività letteraria, per la quale è ricordato dagli scrittori contemporanei, e per la sua breve vita, non visitò mai la contea di Cammarata. Alla sua morte, avvenuta nel 1568, la Contea fu amministrata dalla vedova Ippolita in nome del primogenito Ercole che, arrivato alla maggiore età, ebbe la piena signoria della sua terra. Questi, col proposito di dare sviluppo al centro di S. Giovanni Gemini, la cui fondazione, come abbiamo detto, risaliva al suo antenato Federico Abatellis, diede al paese ordinamento giuridico, con propri giurati, separandone il territorio da quello di

Cammarata, ottenendo da re Filippo II che fosse elevato a ducato e ricevendone nel 1587 il titolo di duca.

 

Nel 1590 ad Ercole Branciforte successe il figlio Girolamo, che' fu signore di Cammarata fino al 1605 quando, dopo la sua morte, a nome del figlio Francesco, che allora contava soltanto tre anni, prese possesso della terra la moglie Caterina Gioeni. Giunto alla maggiore età, Francesco Branciforte governò saggiamente, preoccupandosi in modo particolare dell'amministrazione della giustizia, da cui sradicò abusi ed inconvenienti, per proteggere in modo particolare le classi più umili del suo stato ed evitare le prepotenze degli uomini più influenti. Perciò nell'agosto del 1625 emanò una serie di severe disposizioni, ingiungendo agli ufficiali delle due terre di Cammarata e di S. Giovanni di attenersi rigorosamente a quanto egli ordinava. Quantunque animato da buona volontà, Francesco Branciforte non riuscì a soddisfare alle giuste esigenze del suo popolo che, per le tristi condizioni economiche in cui viveva, cercava l'occasione per manifestare apertamente il suo malcontento. Questa si presentò all'epoca della rivoluzione palermitana di Giuseppe d'Alesi.

Anche in Cammarata si verificarono gravi tumulti, perché il popolo chiedeva a gran voce l'abolizione delle gabelle e la diminuzione del prezzo del pane. Non soddisfatti nelle loro aspettative, i Cammaratesi diedero alla rivolta un diverso carattere e un nuovo scopo: più che migliorie economiche essi volevano sottrarsi al dominio feudaledei Branciforte e passare al regio demanio. Furono perciò espulsi i

rappresentanti del Branciforte e Cammarata si diede ordinamenti comunali propri, inviando al vicerè una delegazione per ottenere il sospirato passaggio al demanio. Il vicerè non volle accettare la proposta e Francesco Branciforte, raccolto un gran numero di armati, nel novembre del 1647 riuscì a penetrare nel Castello. Pare che egli abbia trattato con generosità il suo popolo e che, fuggiti i capi della rivolta, non abbia infierito su nessuno. Così falliva, ancora una volta, il generoso tentativo del popolo di Cammarata di conseguire l'indipendenza dal potere feudale per amministrarsi come città demaniale.

 

A Francesco Branciforte, nel 1653, successe Girolamo che, essendo tre anni dopo venuto a morte, per testamento dispose che la successione doveva essere raccolta dal figlio postumo, che sarebbe nato dalla moglie Luisa Moncada ed Aragona. Il 17 ottobre del 1656 nacque Gaetana Maria e la madre, come tutrice, tenne l'investitura fino al 1669, quando Gaetana Maria Branciforte sposò lo zio Ferdinando Moncada ed Aragona, principe di Paternò, portandogli in dote il ducato di S. Giovanni e la contea di Cammarata.

Con il loro figlio, Guglielmo Raimondo Luigi Moncada Branciforte, comincia l'ultima dinastia feudale di Cammarata. Egli, avendo ricevuta l'investitura feudale nel 1680 la tenne fino al 1744. Essendo premorto il primogenito Ferdinando, gli successe il secondogenito, Francesco Rodrigo, che tenne le due terre fino alla sua morte avvenuta nel 1765. In quest’anno Cammarata e S. Giovanni passarono a Giovanni Luigi Moncada, principe di Paternò, con cui gli ultimi Moncada Branciforte avevano avuta i più stretti vincoli di sangue, e che tenne i due territori fino al 1812, quando venne abolito il feudalesimo in Sicilia.

La costituzione del feudo in Sicilia, introdotta dai Normanni, venne a porre l'Isola in una posizione di attarda mento a quella evoluzione che aveva in Italia modificato la struttura feudale della società, per avviarsi a più libere condizioni di vita. E poiché le dipendenze feudali condizionarono per circa sei secoli la società siciliana, sen-za volere tralasciare i diversi aspetti che possono distinguersi dalla più pura espressione del concetto di feudo, è indiscutibile che la società siciliana rimase, e ancor oggi sotto certi aspetti rimane, gravata da influenze caratterizzanti che risalgono alla condizione feudale.

Dobbiamo riconoscere che la Costituzione del 1812, particolarmente quella parte che aboliva il sistema feudale, realizzava una delle riforme più importanti, che si possano notare nella storia della Sicilia. Quanto in questa riforma sia stato realizzato e quanto sia stato nell'economia e nella vita sociale modificato è difficile a dir-si. Evidentemente sono scomparsi i diritti del feudatario che limitavano la libertà del popolo, è scomparso il mero e misto impero e altri privilegi che, attraverso prestazioni, balzelli e imposizioni, venivano a comporre una società, in cui il lavoro umano delle masse era mortificato e sfruttato da pochi privilegiati.

Il barone, posto al gradino più basso della gerarchia feudale, rappresentava l'immediato distacco tra il popolo e la casta dei privilegi costituita gerarchicamente dal conte, dal marchese, e infine dai duca, dal principe e dal sovrano. Questi privilegiati esercitavano 11 loro governo assommando tutte le imposizioni, vessazioni ed arbitri, che ricadevano sulle popolazioni.

Quanto più esose erano le esigenze, tanto più il gravame ricadeva sulle masse popolari. Il conflitto latente o palese, che nasceva dalla legittima reazione, ebbe, secondo le occasioni storiche, più o meno aperte manifestazioni.

Fu soltanto all'inizio del secolo XIX che cominciò a delinearsi, sia pure confusamente, l'azione di una borghesia autonoma non più paravento e sostegno dei privilegi nobiliari, sia laici che ecclesiastici, ma orientata verso gli strati popolari. Gli avvenimenti storici che si succedettero al 1812 sono caratterizzati da un duro regime di sfruttamento e di polizia, che doveva alimentare nel popolo siciliano quelle forze che apportarono la caduta dei Borboni e prepararono validamente l'Unificazione italiana.

Purtroppo, la vita, i costumi, le vicende del popolo di Cammarata, dagli storici che si occuparono del paese, furono, in massima parte, trascurati per narrare quasi esclusivamente gli avvenimenti che interessavano soltanto i signori che ne tennero il dominio. Ben poco, quindi si può dire delle vicende che riguardano più propriamente la vita del popolo, lungo il corso dei secoli, i suoi sforzi ripetuti per sottrarsi alla signoria feudale e passare al regio demanio, la disperata difesa della libertà e dell'indipendenza ai tempi di Pietro Queralt e Bernardo Cabrera, le sofferenze dovute alle frequenti pesti-lenze, alle carestie e ai terremoti, alle incursioni di bande armate. Rare volte il popolo poté fare sentire la sua voce, come nei tumulti del 1647, e sempre si dovette piegare all'arbitrio dei suoi signori, che lo ressero per mezzo di governatori e capitani giustizieri, e quasi mai parteciparono direttamente alla sua vita o si interessarono dei suoi bisogni.

 

Per pochi anni, e a volte per pochi mesi, Cammarata poté reggersi come comune libero, con propria Università, con propri statuti e giurati eletti liberamente e questo avvenne nel 1282, nel 1349 e nel 1647 quando, profittando degli avvenimenti politici siciliani, tentò di conquistare l'indipendenza o l'autonomia. Furono tentativi pagati con il sangue più generoso, delle illusioni impossibili a realizzarsi, perché la contea di Cammarata, con il suo vastissimo territorio, era costantemente una preda troppo ambita per i signori feudali del tempo, i quali non volevano rinunziare alla pingue entrate dei suoi feudi e agli innumerevoli diritti e privilegi che vi potevano esercitare e godere.

 

Quando, dopo l'abolizione del sistema feudale, poterono convocarsi i consigli civici per le amministrazioni comunali, anche Cammarata' ebbe il suo, composto da 26 membri. Il primo magistrato comunale fu presieduto da Gregorio Coffari che poi, nel 1819, fu anche il primo sindaco del Comune. In seguito al regio decreto del giorno 11 ottobre 1817, attuato però nel 1819, che divideva la Sicilia in intendenze; distretti e circondari, Cammarata divenne capoluogo di circondario.

Alle vicende politiche che si svolsero nell'Isola durante tutto il secolo XIX Cammarata partecipò attivamente, ma evitando, per l'indole pacifica ed equilibrata dei suoi abitanti, disordini ed uccisioni. Nel luglio del 1820, appena avuta notizia dei moti di Palermo, seguendone l'esempio e accettandone l'invito, gli abitanti- di Cammarata sospesero l'amministrazione comunale e quella giudiziaria e costituirono una Giunta provvisoria con' il compito di mantenere l'ordine pubblico e di amministrare il comune. Cessata nel settembre la rivoluzione di Palermo, anche la Giunta provvisoria di Cammarata do-vette sciogliersi e si ritornò alla vecchia amministrazione.

Agli avvenimenti del 1848 il popolo di Cammarata partecipò in maggior numero e con più sentito impegno che nel 1820. Il 28 gennaio 1848 si costituì un Comitato provvisorio rivoluzionario, che assunse tutti i poteri, preparò e diresse tutte le attività politiche e militari del comune. Fu organizzata la Guardia nazionale, che si divise in due compagnie che raccoglievano rispettivamente le guardie appartenenti al quartiere della Piazza e a quello di S. Vito. La compagnia della Guardia nazionale comandata. da Vincenzo Coffari si distinse per l'abilità con cui, accorsa a S. Giovanni Gemini, preda dei tumulti popolari, riuscì a sedare i disordini e ad evitare danni, tanto che si guadagnò il plauso e la riconoscenza dei cittadini, che vollero festeggiare le guardie.

Il 16 luglio venne eletto il Consiglio civico, che risultò composto di 47 membri, mentre il Magistrato comunale fu composto di quattro giurati. Secondo la Costituzione del 1812 soltanto le città demaniali potevano inviare in Parlamento propri deputati, mentre le altre dovevano essere rappresentate dai signori feudali, che conservavano il diritto di paria. Ma il Comitato rivoluzionario generale di Palermo estese il diritto di inviare deputati in Parlamento anche alle città capoluogo di circondario e così Carnmarata poté eleggere, come suo rappresentante, Pietro De Angelis, che si recò a Palermo e partecipò attivamente ai lavori del Parlamento.

Il 23 luglio 1848 una gran massa di popolo si riunì dinanzi al municipio e chiese a gran voce la sostituzione degli esattori della tassa del macino che, in passato, avevano commesso vari abusi e prepotenze, richiesta che fu accolta dal magistrato comunale. Alla rivoluzione siciliana del 1848 Cammarata partecipò, inviando soldati e viveri e contribuendo generosamente alle spese di guerra. Anche le sue chiese e i suoi monasteri contribuirono con molti oggetti d'oro e d'argento per le spese dell'esercito. Per il prestito di un milione di onze, decretato dal Parlamento siciliano il 30 dicembre 1848, Cammarata ebbe assegnata la quota di 966 onze che, ripartita tra le famiglie più ricche, venne pagata rapidamente.

Con la restaurazione borbonica furono ripristinate le antiche istituzioni, fu eletto un nuovo decurionato e un nuovo sindaco e tutto tornò nel grigiore della vita precedente. Ma nel 1860, alle prime notizie dello sbarco di Garibaldi, il popolo di Cammarata insorse di nuovo e il 16 maggio si costituì un Comitato provvisorio, che elesse come presidente Pietro De Angelis, il quale assunse anche il comando della Guardia nazionale, che venne divisa in quattro compagnie con un centinaio di membri ciascuna.

Durante questi avvenimenti si verificarono vari e gravi disordini: la notte del Corpus Domini venne uccisa a Cammarata una guardia nazionale, Paolino Di Marco. Più gravi furono i disordini avvenuti in S. Giovanni Gemini dove, appena conosciuto l'approdo di Gari-baldi a Marsala, venne incendiata la casa del ricevitore del macino, Francesco Paolo Carta. Per ristabilire l'ordine e la calma, pronto fu l'intervento della Guardia nazionale di Cammarata che, con 300 uomini circa, sotto il comando di Pietro De Angelis, un'altra missione compiva recandosi nel dicembre del 1860 a S. Stefano Quisquina, dove erano avvenuti incendi, stragi e tumulti popolari, restaurandovi la tranquillità. Anche prima il De Angelis, a capo di una squadra di Cammarata, per incarico del Governatore della provincia di Agrigento, aveva compiuto analoghe missioni di pacificatore nei co-muni di Bivona, Alessandria della Rocca, Cianciana, Lucca Sicula, Villafranca, Burgio e S. Biagio Platani, facendosi dovunque apprezzare per il suo vigore nel comando e il senso di giustizia che guidava le sue azioni. Queste missioni, affidate alla Guardia nazionale di Cammarata, non furono di poco interesse ed utilità, rispetto agli avvenimenti militari e politici che si svolgevano in quel tempo in Sicilia, perché assicuravano l'ordine e la giustizia. I cittadini di Cammarata parteciparono anche direttamente agli avvenimenti memorabili del 1860 : parecchi si arruolarono nell'esercito garibaldino aggregati principalmente nel Battaglione Badia dei Cacciatori dell'Etna. Quando poi, nell'ottobre, si tenne il plebiscito, la popolazione di Cammarata votò compatta per l'Unificazione italiana.

 

Nei decenni che seguirono immediatamente l'Unificazione anche Cammarata soffrì per la crisi di commerci e per la mancanza di sicurezza pubblica; anche Cammarata provò la delusione di un governo che si disinteressava delle condizioni delle classi popolari, dello scontento insomma che gravò sulla società siciliana nell'ultimo quarantennio del secolo XIX e che esplose nei moti dei Fasci siciliani. Una sezione dei Fasci dei Lavoratori fu costituita in Cammarata il 1 ottobre del 1893, ma ebbe brevissima durata, perché il 13 gennaio 1894 venne sciolta dalle autorità.

 

A Cammarata, però, in quella occasione e negli anni seguenti, la calma e l'ordine non furono mai turbati, sia per l'indole pacifica dei suoi abitanti, come per le condizioni relativamente discrete dell'agricoltura, che era la fonte principale di vita e di lavoro per la gran maggioranza dei cittadini. Abili amministratori portavano il bilancio comunale ad una vera floridezza, riuscendo anche a compiere molte opere pubbliche, la pavimentazione di parecchie strade, la costruzione di mura di sostegno nell'abitato e la rete idrica.

 

Sulla fine del secolo non mancarono, peraltro, a Cammarata le emigrazioni in massa verso terre più generose, prima della conquista francese, in Tunisia, e poi verso le Americhe, specialmente negli Stati Uniti. Negli avvenimenti di questo ultimo secolo di unità nazionale, Cammarata è presente con il contributo di sangue e d'eroismo, con la partecipazione attiva di molti suoi cittadini nella vita politica, amministrativa e culturale della Nazione.

 

Cammarata non possiede antichi monumenti e i palazzi delle famiglie nobili del passato sono ormai distrutti. Anche il Castello è in gran parte rovinato: dell'antica costruzione avanzano parte del-

l'ala meridionale, riadattata a carcere giudiziario, e il rudere smozzicato di una delle antiche torri, che sembra ancor minaccioso nel ruvido taglio del suo profilo. Ben poche indicazioni storiche ci rimangono per una ricostruzione architettonica, anche ideale, di quello che poté essere il Castello, che tuttavia gli storici ci indicano come fortemente inespugnabile. Costruito sull'erta e scoscesa rupe, ad esso si appoggiavano, come sistema difensivo, le mura di circonvallazione, munite di ben sette grosse torri e sulle quali si aprivano le porte Guagliarda, Soprana e Porticella. Da queste torri e su queste porte Bartolomeo d'Aragona con i suoi partigiani, nell'estremo tentativo di mantenere la sua signoria, resistette all'assedio delle truppe di Bernardo Cabrera, per oltre tre mesi, insieme alle popolazione di Cammarata, che si rifiutavano di accogliere i nuovi signori, i Moncada. Delle antiche denominazioni rimane la tradizione nei nomi di Castello e di Guagliarda, mentre delle altre che stavano ad indicare i quartieri che costituivano la città nella sua divisione

di parte bassa, media ed alta, si è perduto anche il ricordo.

 

Nella parte più bassa del paese, chiamata con parola probabilmente di origine araba Gianguarna, sorge la chiesetta dell'Annunziata, dedicata originariamente a S. Maria degli Infermi. Essa conserva immutate, almeno nel pronao del secolo XVI, le antiche forme architettoniche. Questo si apre con un grande arco a sesto acuto, che serve di prospetto alla chiesa; nel lato destro si notano altri due archi acuti, poggianti su colonne sormontate da pulvini, ornati di sculture simboliche. All'antico campanile a vela recentemente ne è stato costruito uno di forma quadrata. Annesso alla chiesa sorgeva il monastero delle Benedettine; fatto costruire nel secolo XV dal conte Abatellis, alla fine del secolo XVIII fu distrutto da una frana, che fortunatamente risparmiò la chiesa.

L'interno della chiesa, ad una navata, è ornato di pregevoli stucchi in oro zecchino settecenteschi. Nella parete della facciata interna della chiesa si può ancora notare un antichissimo affresco appena decifrabile, che forse rappresenta l'Incoronazione della Vergine. Vi si conservano una grande tela rappresentante la Maddalena Penitente attribuita alla scuola di Guido Reni, proveniente dall'omonima chiesa diruta, un'altra tela settecentesca raffigurante l'Annunciazione della Vergine e artistiche statue lignee, come quella della

Madonna Annunziata e quella di S. Giacomo Apostolo, proveniente dalla chiesa che gli era dedicata. L'immagine più preziosa per i Cammaratesi è quella del Crocifisso, detto della Pioggia, legata ad una storia prodigiosa, quale ci viene affidata dalla tradizione e riferita da Domenico Di Marco.

 

La storia risale al 1751, quando alcuni Burgetani, che trasportavano un'immagine del Crocifisso fatta eseguire a Palermo, per l'imperversare di un temporale furono costretti a fermarsi a Cammarata e a ripararsi nella chiesa dell'Annunziata. Cessò prodigiosamente la pioggia quando il Crocifisso fu introdotto nella chiesa e ciò

spinse i Burgetani a riprendere il loro viaggio. Improvvisamente si oscurò il cielo e scoppiò un più violento temporale con tali rovesci di pioggia, che l'immagine del Crocifisso fu riportata in chiesa e situata nell'altare maggiore. Riuscirono vani i ripetuti tentativi dei giorni successivi ed allora apparve chiara la volontà divina. Le suore benedettine del monastero, annesso alla chiesa, si adoperarono a trovare la somma richiesta come compenso dai Burgetani, perché il Crocifisso rimanesse nella loro chiesa, e la Provvidenza si manifestò in una giovane religiosa, a cui era stata negata la professione perché cieca. Accettata ai solenni voti, con la dote fu acquistato il Crocifisso, che proprio sulla giovane suora manifestò il suo primo prodigio, ridandole la vista.

 

Un altro prodigio la tradizione mette in rilievo, che dà spiegazione della posizione allungata delle gambe del Cristo, non comune nei canoni dell'arte scultorea, che suole riprodurre il Cristo con le gambe contratte in su. Dopo le solenni funzioni di ringraziamento nella piccola chiesa dell'Annunziata, tutti i fedeli e le religiose si accostarono al venerato Crocifisso per baciarlo. Non potendo una suora per la sua piccola statura, pregò con tale fervore perché fosse concesso anche a lei di porre le labbra sui martoriati piedi del Cristo, che le gambe si allungarono, rimanendo in quella posizione, in cui possiamo oggi ammirarlo.

 

L'edificio sacro più importante di Cammarata è la Chiesa Madre, dedicata a S. Nicolò di Bari. Distrutta da un incendio nel 1624, nella forma attuale rimonta al 1640. Essa sorge al posto dell'antica matrice, di cui si parla fin dal secolo XII e che, nei secoli successivi, venne ingrandita ed abbellita dai Moncada. L'interno della chiesa a tre navate, sorretta da otto colonne con una cupola ottagonale, è ornato di parecchie opere di alto valore artistico.

 

Sul primo altare di destra è custodita una statua di S. Calogero ed una tela, opera del 1663 di Michele Lapis, raffigurante S. Ignazio di Loyola e S. Francesco Saverio nell'atto di pregare la Madonna

in favore di Cammarata, rappresentata ai loro piedi nel suo caratteristico panorama. Come abbiamo detto, questo quadro è ornato, in basso, con gli stemmi di Cammarata e dei Branciforte. Sull'altare di S. Crispino è posta una tela di ignoto autore, che raffigura, con movimento e drammaticità impressionanti, il Martirio dei Santi Crispino e Crispiniano.

 

L'ultimo altare della navata di destra è ornato da una tela del 1625 di Pietro d'Asaro, detto il Monocolo di Racalmuto, che raffigura S. Anna con accanto S. Gioacchino. La Santa siede nella parte centrale del quadro, ma il punto di convergenza è la Vergine fanciulla, verso cui si avanza un uomo con le braccia cariche di catene,

che vuole raffigurare la liberazione di un Moncada Branciforte. Sullo sfondo si nota un magnifico paesaggio, ricco di toni e di luci fantastiche, coronato da una schiera calante di angeli, e in primo piano un canestro con frutti e limoni affettati, in cui risplendono le doti particolarissime del Racalmutese nel rappresentare le nature morte.

 

Una statua fittile, che si ritiene opera del secolo XVI, raffigura la Madonna dei Miracoli: la statua è chiusa in una preziosa custodia lignea dorata in oro zecchino, a forma di tempietto brarnantesco, ornata di pregevoli pitture, riproducenti scene evangeliche e stem-mi dei Branciforte. L'altare del Sacramento, che nella forma attuale risale alla fine del secolo XVIII e agli inizi del secolo XIX, con-serva quattro tondi del secolo XVII che raffigurano gli Evangelisti e un delicato Agnus Dei in legno, opera dello scultore La Bella.

In una parete del coro, e precisamente nella tribuna prospiciente l'organo, si trova una tela datata 1585, raffigurante la Santissima. Trinità e il Paradiso secondo la visione che ne ebbe S. Paolo. La precisione del disegno, la bellezza aerea del paesaggio, la magnificenza del colore, la varietà degli atteggiamenti dei personaggi, l'originalità della composizione scenica, che presenta in primo piano S. Paolo in estasi e in alto la Trinità, la soavità dei volti angelici, la preziosità dei particolari fanno pensare ad un artista non comune e non provinciale, su cui non invano passarono gli influssi delle gran-di scuole pittoriche italiane e fiamminghe: ignota rimane l'attribuzione dell'opera. Al posto di questa tela vi era un tempo un quadro, riproducente la Distruzione di Gerusalemme operata da Tito con la raffigurazione di innumerevoli crocifissi contorcentesi nei tormenti della morte.

Sull'altare maggiore s'ammira un'altra grande tela raffigurante la SS. Trinità di scuola settecentesca. Scarsamente originale nella par-te superiore, mentre nella parte inferiore, in cui sono raggruppati i Santi protettori del paese, acquista, nel volto espressivo di alcuni di essi, una certa originalità. Nel primo altare della navata sinistra si ammira un mezzo busto ligneo del secolo XVIII, raffigurante S. Nicola di Bari, patrono principale di Cammarata, maestoso nella espressione del volto e nel gesto benedicente.

Nella navata sinistra si può ammirare il magnifico altare marmo-reo, opera di Andrea Mancino che vi lavorò nel 1490. Fu fatto costruire da Antonio ed Isabella Abatellis come altare della Cappella del Sacramento, dove restò almeno fino alla ricostruzione della chiesa, dopo l'incendio del 1624. Il magnifico ciborio raccoglie, in una mirabile sintesi teologica ed artistica, attorno al tabernacolo, fiancheggiato da angeli e sormontato da un baldacchino, gli Evangelisti e i Padri della. Chiesa che esposero, approfondirono e divulgarono il mistero eucaristico, di cui perciò sono come i testimoni autorizzati. Ma anche i Profeti, posti su colonnine, testimoniano in favore della realtà eucaristica che essi intravidero.

Poichè nell'Eucaristia rivivono tutti i misteri cristiani, due altorilievi rappresentano la Nascita di Gesù e la Crocifissione, mentre su due colonnine sono poste le figure di Maria e dell'Angelo, che le dà l'annuncio della sua divina maternità; sopra tutti sovrasta Dio Padre benedicente. Ai lati del ciborio si notano degli angeli reggicortina, ma la parte superiore della cortina manca: qualche frammento di essa si trova al pianterreno della torre campanaria. Il cibo-rio del Mancino è monumentale ed artistico, ed anche se non può paragonarsi alla perfezione formale di altre sue opere posteriori, merita di essere apprezzato, specialmente per la mirabile sintesi che raccoglie attorno all'Eucarestia i più grandi misteri cristiani.

Nella luce degli ultimi due archi della navata centrale si innalzano, al lato sinistro, un magnifico pulpito in legno di stile barocco, ma non sovraccarico, solenne e imponente e, di fronte ad esso, un sedi-le ad alta spalliera, sormontata da uno scudo con l'aquila bicipite, detto Banco dei giurati, dove sedevano i giurati dell'Università, il sindaco, il capitano di giustizia e il segreto quando, ufficialmente, partecipavano ai sacri riti.

Nella sagrestia della Chiesa Madre e nelle stanze sottostanti si con-servano altri quadri pregevoli, tra cui eccelle una Pietà su tavola, di scuola cinquecentesca, proveniente dall'antica chiesa della Compagnia dei Bianchi. In origine essa doveva costituire un'unica tavola; oggi, invece, le figure si vedono separate perché la tavola venne segata. Rappresentano la Madonna che regge il Figlio morto, Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo, S. Giovanni e la Maddalena che regge un vaso di profumi.

Nella sagrestia si conservano anche pregevoli vasi sacri d'argento, un tabernacolo ligneo dorato con una bella pittura sul retro della porticina, e. le vesti sacre, alcune delle quali pregevoli non solo per la loro bellezza e il loro valore artistico, ma anche perché furono tessute, in vaghissimi disegni con fili d'oro e d'argento, nel monastero di S. Domenica di Cammarata. Esse, quindi, rappresentano una testimonianza delle capacità dell'artigianato locale che, in passato, si distinse nei lavori di tessitura, come è documentato anche nel Museo Pitrè di Palermo. Nella sala sottostante la sagrestia si conserva una bella tela raffigurante la Deposizione, ammirevole per l'impostazione grandiosa della scena, la vivacità dei colori e la sicurezza del disegno. Originariamente questa tela era situata in una delle pareti del transetto.

 

La chiesa di S. Domenico risale al 1509 e sorge al posto dell'antica chiesetta ed ospizio di S. Antonio Abate,che nel 1170 Federico Abatellis aveva ceduto ai Domenicani, i quali vi edificarono la chiesa ed il convento. La chiesa, distrutta nel 1913 da un incendio, venne ricostruita negli anni 1931-34. Nell'interno della chiesa si conservano varie opere d'arte: una statua di S. Vincenzo Ferreri, opera della Bella del secolo XVIII, una statua raffigurante la Madonna Addolorata opera di Giacomo Li Volsi del secolo XVII, una statua della Madonna del Rosario datata 1623, e infine una bella statua del secolo XVI raffigurante S. Antonio Abate. Notevoli sono inoltre due tele raffiguranti l'una S. Caterina e l'altra S. Giacinto di scuola cinquecentesca, e due tele raffiguranti la Madonna di Monserratoe S. Domenico di Guzman, l'una opera di Carlo Lo Presti datata 1525

e l'altra opera di Vincenzo Lo Presti datata 1628.

 

Quasi al centro del paese, nel luogo detto anticamente il Meriggio, sorge la chiesa di S. Domenica vergine e martire, forse sul posto in cui sorgeva un'antica chiesa dello stesso titolo. Essa dal secolo XV

appartenne alla confraternita di S. Filippo di Argirò, ma verso la metà del secolo XVIII fu ceduta alle Benedettine, che nei locali annessi fondarono il nuovo convento destinato a sostituire quello del-

l'Annunziata, ormai pericolante, e che rovinò, come abbiamo detto, a causa di una frana. Nella chiesa si trova un bell'altare di marmo intarsiato del secolo XVII, un ostensorio con ornamenti di corallo,

un paliotto di argento e rame con sfondo di velluto rosso ed altre opere pregevoli.

 

Fin dal secolo XVI la chiesa di S. Vito, da antichi documenti denominata parrocchia e gangia, fu una succursale della Chiesa Madre. La chiesa è a tre navate, ma non conserva opere artistiche di particolare rilievo, ad eccezione di un'antica tela raffigurante S. Placido e delle statue di S. Giuseppe e di S. Francesco di Paola del Bagnasco.

 

Sull'alto della collina, dove si arrampica il paese, sovrastante l'abitato, la chiesa di S. Maria di Cacciapensieri domina, come una corona regale, il vasto paesaggio circostante, dalla vallata rigogliosa di

vegetazione alle boscose catene delle Madonie. La storia di Cammarata è strettamente legata alla tradizione della Madonna di Cacciapensieri e alle origini e alle vicende- del suo Santuario. Infatti, il nome di Cammarata, come- abbiamo detto, si trova per la prima volta citato nel documento del 1141, in. cui si parla della costruzione della primitiva chiesa per volontà della normantia. Lucia, che. da Ruggero aveva ricevuto il Castello di Cammarata con i casali del vasto territorio.

 

La chiesa sorse, quindi, nel secolo XII, in località diversa dell'attuale, e precisamente nella vallata tra la montagna e la rupe, a ridosso della quale si distende il paese. Non ci rimane alcuna notizia dello stile della chiesa, ma lo stesso documento ci informa che era « ornamentis ornata » e che dalla generosa fondatrice era stata dotata di vaste rendite costituite da numerosi feudi e casali, sufficienti al culto della Vergine e alla cura di una chiesa di regio patronato. La chiesa, infatti, consacrata con solenne rito dall'arcivescovo di Bari, fin dalla sua fondazione era stata ceduta al Vescovo di Cefalù, che tenne anche il dominio politico sugli abitanti del territorio della chiesa.

 

Intorno alla chiesa di S. Maria era sorto, per volontà della stessa Lucia, un casale che in origine si chiamò casale della chiesa e che poi cambiò il nome in casale di S. Lucia. Questa chiesa, che nel 1428 fu ceduta ai Frati Minori, che vi costruirono annesso il loro convento, restò sepolta, con il prezioso tesoro di cui fanno fede gli storici, essendo crollata improvvisamente nel secolo XVII. Della chiesa primitiva è rimasta la statua in gesso, detta della Madonna di Cacciapensieri, la cui storia ci è indicata da due tradizioni, ma che potrebbero essere l'una la sovrapposizione e il completamento dell'altra.

 

Una tradizione, che trova la sua compiutezza nella costruzione della chiesa da parte della normanna Lucia, racconta che, dopo che furono sconfitti i Musulmani da Ruggero, la sacra immagine fu ritrovata

dai suoi soldati nella cavità di una rupe. Secondo il Tirrito la fondatrice adempiva, con la costruzione del tempio, un voto in ricordo del pericolo corso da Ruggero, quando dalla tempesta fu spinto sulle spiagge di Cefalù, dove lo stesso Ruggero edificava il grandioso tempio restaurandovi la sede vescovile.

 

La tradizione popolare ci riporta che la Sacra immagine fu ritrovata nei limiti dei feudi di Capansera, di Viviano e di S. Angelo, di pertinenza oggi ai comuni di S. Biagio Platani, di Cammarata e di S. Giovanni Gemini. La comunanza del diritto di appartenenza della statua causò discordia, finchè si decise di affidarne alla sorte il possesso. Furono legati ad un carro dei selvaggi giovenchi e sul carro venne posta l'immagine. Con grande trepidazione della popolazione i giovenchi iniziarono il loro cammino su per il monte Cammarata.

Ad un quarto di miglio, prima di iniziare la salita, i giovenchi sostarono e sul posto è ricordato l'evento da una pietra, detta della Madonna. Ripreso il cammino gli animali si fermarono dinanzi all'antica chiesetta di S. Lucia, dove venne deposta la statua, che dal feudo Capansera prese il titolo della Madonna di Cacciapensieri.

 

La Sacra immagine, mselgt- perché venisse sottratta alla, persecuzione iconoclasta iniziatasi nel 726. con Leone Isaurico, quando la Sicilia era sotto il dominio bizantino, venne portata alla luce e al culto dei fedeli dopo il 787, anno in cui ebbe termine la persecuzione. Questa tradizione, quindi, che pone come già costruito il casale e la chiesetta, ci porta a tempi molto anteriori alla venuta della normanna, Lucia. Continua la tradizione che, rinnovata la persecuzione delle  sacre immagini nell'anno 813 ad opera di Leone l'Armeno, l'immagine fu ancora una volta sottratta alla furia iconoclasta, sotterrandola in una chiesetta dove furono lasciate accese due torce e due lampade ad olio. Quivi rimase nascosta per un secolo, cioè fino all'anno 913,

anno in cui era già cessata la persecuzione, quando un cieco nato, attratto dalla chiara luce, guidò i fedeli ad un secondo ritrovamento.

 

Il Di Marco pone in dubbio la data del 913, ritenendola come la meno attendibile al ritrovamento dell'immagine, essendo questa data corrispondente all'epoca nella quale la Sicilia era dominata dai Musulmani e contro di questi si era accesa una ribellione, a cui aveva partecipato anche Cammarata. Con questa sua argomentazione vuole avvalorare l'ipotesi del fondersi e completarsi delle due tradizioni e che il secondo ritrovamento dell'immagine sia avvenuto in epoca normanna e probabilmente nel luogo dove Lucia, venuta a conoscenza della tradizione locale, fece edificare la chiesa.

 

La chiesa attuale, con il convento annesso, sorse nella seconda metà del secolo XVIII e venne frequentemente restaurata nei secoli successivi, fino ai tempi moderni. La nuova chiesa, che non corrispose alle aspettative dei religiosi e dei fedeli, e per le sue proporzioni ridotte e per la modestia delle decorazioni, è pur sempre giudicata una delle più belle del paese.

 

Sull'altare maggiore, in marmo policromo adorno di bassorilievi in legno dorato, in una nicchia è la venerata immagine della Madonna di Cacciapensieri. L'antica statua era a mezzo busto, mentre oggi si offre al culto nella sua figura intera, e la sua esecuzione non può risalire anteriormente al secolo XVI. Priva di pregi artistici di rilievo, per l'atteggiamento soave con cui vezzeggia il Bambino e lo sguardo celestiale, il Caruso Alimena la giudicò degna di un artista mandato dal cielo. La Madonna di Cacciapensieri è riprodotta ancora nella volta della chiesa: essa raffigura la Vergine nell'atto di curare la ferita fatta dal demonio, in forma di toro, al beato Giovanni Clemente da Cammarata.

Anche l'altra statua in marmo della Madonna della Neve, per la artistica fattura attribuita ad Antonello Gagini, probabilmente proviene dall'antica chiesa. Dei fratelli Rosario e Girolamo Bagnasco si conservano due pregevoli statue, che raffigurano rispettivamente l'una S. Pasquale Baylon'eseguita nel 1844, e l'altra S. Antonio di Padova eseguita nel 1815. Nella sagrestia si custodisce, proveniente dal tesoro dell'antica chiesa, una pisside in argento.

Nella storia di Cammarata, eccetto le poche volte in cui il suo popolo poté fare sentire la sua voce e manifestare il suo anelito alla libertà, non si leggono grandi avvenimenti di portata regionale e nazionale. Lontano dalle grandi vie di comunicazione, posto all'interno della Sicilia, il paese non poté partecipare alla grande storia, se non marginalmente. Ciò nonostante esso si è inserito nella storia della civiltà, con i suoi figli più illustri che contribuirono, con la loro opera, al progresso spirituale dell'uomo, al suo perfezionamento morale e culturale. Può andare, quindi, orgoglioso dei suoi figli che, nell'arte, nella filosofia, nella teologia, nel diritto, nell'ascetica e nelle scienze, con la parola e con gli scritti, giovarono sicuramente alla vita del popolo siciliano e della patria, migliorandone i costumi, coltivandone gli ingegni ed educandoli alla ricerca e alla conquista della verità e della bontà. Non essendo possibile ricordarli tutti, ci limiteremo ad indi-care i più importanti, specialmente quelli la cui opera, superando i confini della città natale, s'irradiò benefica non solo in Sicilia, ma anche in Italia e nel mondo.

Solitamente si trascura di ricordare gli uomini che, per la santità della loro vita, l'irradiazione del loro esempio, i frutti del loro insegnamento e della loro predicazione, influirono nobilmente sul popolo, migliorandone i costumi e la vita. Cammarata, infatti, ha la gloria di avere dato i natali a molti religiosi, la cui azione ebbe larga influenza sulla vita e sui costumi del popolo.

Quando, dopo la battaglia di Benevento, Matteo Novello da Termini, che già era stato giudice alla corte di re Manfredi, decise di ritirarsi dalla vita politica e di farsi religioso tra gli Agostiniani, ad accoglierlo nell'ordine fu il Beato Pietro da Cammarata di cui ricordiamo la santa vita. Fra i religiosi dei Frati Minori, per la sua grande

santità, è da ricordare il Beato Giovanni Clemente, morto verso il 1560. Dalla Madonna di Cacciapensieri ebbe varie e continue prove di materna assistenza, specie quando il demonio, prendendo forma di

toro, lo assaliva durante le lunghe notti passati in preghiera dinanzi all'antichissimo simulacro. Questa sacra leggenda è raffigurata, come abbiamo notato, nella volta della chiesa della Madonna di Cacciapensieri. Ai Minori Osservanti appartiene il Venerabile Francesco Bruno, nato nel 1564 e morto frate laico francescano in Burgio nel 1614, di cui il Mongitore nella Biblioteca Sicula ricorda il rigore e la sanità di vita.

 

Fra i Padri Cappuccini, oltre il Padre Girolamo, al secolo Alessandro Caruso, vissuto fra il secolo XVI e XVII, di cui le storie narrano a lungo la vita ricca di virtù e di miracoli, ricordiamo particolarmente il Padre Giuseppe Taverna e il Padre Bernardo. Giuseppe Taverna, nato nel 1599, compose parecchie opere di linguistica, di liturgia, di eloquenza e soprattutto di ascetica, che meritarono varie edizioni anche all'estero. Il celebre predicatore Bernardo da Cammarata, nato nel 1629 e morto nel 1711, scrisse un'opera, rimasta manoscritta, De' luoghi de' Frati Minori Cappuccini, un lavoro prezioso quale fonte della storia dell'ordine.

 

Anche fra i Padri Domenicani di Cammarata vissero uomini di profonda dottrina. Padre Maurizio De Gregorio, vissuto nel secolo XVII, primeggia per la sua vastissima dottrina e le alte cariche ricoperte.

Membro di parecchie accademie, scrisse numerose opere di vario argomento, prevalentemente di carattere filosofico e teologico, fra le quali i Commentaria laconica sulla Summa contra Gentes di S. Tommaso.

 

Francesco Dispensa, giureconsulto del secolo XVII, si acquistò larga fama come poeta in latino e in italiano: raccolse le sue composizioni in un volume dal titolo Rime e versi e scrisse anche una tragedia dal titolo S. Caterina Vergine e martire. Come studioso della storia di Cammarata si distinse Francesco Caruso Alimena, vissuto nel secolo XVIII. Egli raccolse i documenti, alcuni dei quali nel testo originale, e le notizie riguardanti Cammarata, che si trovano in un volume manoscritto nella Biblioteca comunale di Palermo.

 

Nel secolo XIX si segnalarono, particolarmente nel campo della medicina, i fratelli Luigi e Nicolò Castellana. Il primo, durante il colera del 1837, si prodigò con generosità e abnegazione in favore degli infermi e, dalle esperienze compiute, ricavò un prezioso materiale, che gli servì per la composizione di un trattato intitolato: Proposi-zioni cliniche sul Colera morbus. Già prima aveva pubblicato altri studi e dissertazioni nel campo della medicina e su altri argomenti di carattere filosofico e didattico. Luigi Castellana fu anche professore di filosofia nella scuola comunale, ma nel 1848 fu esonerato dalle due cariche di medico e di professore per ragioni politiche. Venne in seguito riammesso nelle sue cariche con la restaurazione borbonica. Nicolò Castellana insegnò chirurgia operatoria all'Università di Palermo, dove nel 1860 fu direttore dell'Ospedale militare. Tra i suoi numerosi scritti di carattere scientifico, ricordiamo le Lezioni di anatomia generale, ovvero l'organismo e le sue leggi e i Discorsi e lettere mediche.

Dobbiamo ancora ricordare un altro medico stimato per la sua cultura e per la sua attività : Giuseppe Biancorosso. Questi non solo portò dei notevoli contributi alla scienza con vari articoli e scritti, ma sopratutto è noto per la sua opera di storico locale. Il Biancorosso, in-fatti, seguendo l'esempio del Tirrito e del Di Giovanni, nel 1894 cominciò a pubblicare a dispense una monografia su Cammarata e S. Giovanni Gemini in cui, con molta abilità e pazienza di storico, tentò di ricostruire le vicende dei due comuni. Purtroppo l'opera non fu pubblicata per intero e lo stesso manoscritto del Biancorosso è andato perduto.

Nel secolo XIX e nei primi decenni del XX fiorirono in Cammarata altri uomini illustri, come il poeta dialettale Emanuele Longo, il moralista Vito Mangiapane e il filosofo Giuseppe Cacciato, che meritarono larghi apprezzamenti e tennero alte le tradizioni culturali del paese, in cui fin dal secolo XVIII avevano avuto notevole sviluppo gli studi. Infatti, oltre le scuole dei conventi, dal 1.775 sorsero in Cammarata, per iniziativa di Pietro Panepinto, scuole di umanità e di retorica, alle quali più tardi vennero aggiunte quelle di grammatica e filosofia.

Non è senza un particolare motivo che, dopo aver narrato la storia ed illustrato i monumenti, riteniamo soffermarci sulla politica di rinnovamento che impegna Cammarata. Rientra questo studio nel quadro del contributo che la Collana « Paesi di Sicilia » vuol dare non soltanto ad una più particolare conoscenza della Sicilia, ma ad un dibattito culturale che, su una base moderna ed efficiente, individui le reali esigenze che, scevre da ogni retorica, possano risultare indicative a chi, volendo porre delle soluzioni, non si vincoli in decisioni che talvolta rimangono lontane dalla realtà. Molti motivi che hanno impegnato l'economia e la politica di questo ultimo secolo, nei riguardi della Sicilia, hanno già fatto il loro tempo ed essi, o hanno portato delle soluzioni, e quindi sono caduti per il presentarsi di nuove esigenze, o si soffermano ancora all'aspetto esteriore delle cause, senza rimuoverne le origini.

 

Possiamo dire che il problema principale della Sicilia, e non soltanto della Sicilia, è il ricostituirsi del comune, non soltanto come organo amministrativo, ma come collettività sociale ed economica, che trovi nelle proprie capacità la possibilità di affrontare i problemi per realizzare un più ordinato vivere individuale, collettivo ed amministrativo. E' necessario che ogni collettività identifichi la propria fisionomia, di cui custodisca gelosamente le caratteristiche, presentandosi come cellula ordinata e qualificata nel più ampio ordina-

mento etnico e sociale, in modo da costituire un equilibrio in un'atmosfera di civile espansione : una dinamica progressiva e vitale, in cui l'orgoglio d'appartenere alla collettività si poggi sui valori sociali ed economici, che provengono e si riflettono in ogni cittadino.

 

Abbiamo avuto altra occasione di soffermarci su questo argomento, ma nel trattare Cammarata noi oggi vogliamo indicare un raro esempio di una politica moderna e accorta che, senza nascondere le reali situazioni, ha affrontato il problema del rinnovamento strutturale della collettività. Ci riferiamo ad una pubblicazione di Raffaello Rubino, Al Lavoro per Cammarata, che potremmo chiamare il Libro bianco di moltissimi comuni della Sicilia. Un'analisi che, partendo dal riordinamento burocratico e amministrativo, si sofferma sui vari problemi d'affrontare, per spingersi verso un'azione di stimolo e di prospettive aderenti alla realtà ambientale; realtà che del resto trova risonanza in tante altre collettività, che rimangono

immobili in una secolare attesa, senza ancora essersi convinte che le più efficaci soluzioni sono sempre quelle espresse da forze, che trovano la cooperazione di tutti i cittadini, quella cooperazione che concilia ogni individuale attesa nel raggiungimento del bene comune.

 

Il Rubino, a conclusione del capitolo Funzione del comune e spirito di lavoro, così identifica la vita comunitaria: « E se siamo amministratori, dobbiamo ripeterci ogni mattina che andiamo al comune

non per fare il nostro piccolo interesse, per usurpare il patrimonio del Comune, ma per operare in favore degli altri. Se siamo impiegati dobbiamo ripeterci ogni mattina che il denaro che riceviamo ogni mese (anche se poco) è il corrispettivo di un lavoro che dobbiamo compiere e per il quale il vero giudice non è il capo ufficio o il segretario comunale, ma la nostra coscienza. Ogni volta che avremo fatto attendere la povera gente davanti ai nostri uffici, o avremo trattato sgarbatamente povere donnette analfabete, o non avremo dato risposta ad una pratica per cui un lavoro si ritarda o peggio, certamente la nostra coscienza non sarà tranquilla. E se siamo guardie comunali dobbiamo ripeterci ogni mattina che un paese pulito è una cosa bella o dobbiamo lavorare sul serio perché lo divenga, compiendo con coscienza il nostro dovere, applicando le leggi senza favoritismi e senza rancori. E se siamo consiglieri comunali di maggioranza o di opposizione non importa, dobbiamo dare un contributo di lavoro, di proposte e non di pettegolezzo o di critica sterile in piazza o nel vicolo. E se siamo soltanto cittadini dobbiamo cooperare a questo sforzo di modifica dell'ambiente, perché la speranza cresca, si alimenti nella comunanza degli sforzi, perché uno spirito comunitario avvicini tutti e ci affratelli per raggiungere insieme il bene comune ».

 

Ci soffermiamo ora particolarmente su quanto è stato realizzato o programmato, affinché Cammarata, nel riordinamento della propria funzionalità interna e nel piano di stimolo delle prospettive per il futuro, assuma le caratteristiche di una comunità progredita, capace di assicurarsi un proprio benessere sociale ed economico. Il riattamento burocratico amministrativo ha risolto annosi problemi che abbracciano da pubblica istruzione, le infrastrutture civili, lo sport, la sanità, il turismo e gli altri servizi civili.

 

Un complesso di istituti scolastici, che vanno dall'asilo alle scuole d'obbligo e agli istituti e centri d'addestramento professionale, può dirsi che assicurerà alle giovani generazioni di Cammarata la possibilità di acquistare un soddisfacente livello medio culturale, prima premessa per una società in civile progresso.

Inoltre l'istituzione di un poliambulatorio scolastico, di un piccolo parco per i bambini nella villa comunale, di un campo sportivo, di una palestra coperta e di un campo di bocce s'inseriscono validamente in questa politica sociale, di cui sicuramente si gioveranno le prossime generazioni. Un'organica, quindi, impostazione di uno dei più annosi problemi sociali, che è da additare ad esempio, in quanto nella sua compiutezza presenta una soluzione coordinata ed articolata. Una biblioteca ed una sala di studio completeranno questo importantissimo settore della diffusione della cultura.

 

Per quanto riguarda le opere di infrastruttura civile, i problemi da affrontare sono complessi e diversi. Quello che distingue l'azione in questo settore, i cui problemi si trascinavano da secoli, presentando condizioni di carenza nei servizi fondamentali per la vita di una popolazione, è la sua organica impostazione. L'approvvigionamento idrico che, per quanto in un territorio ricco di acque, era scarso

e irregolare e la rete di distribuzione, rilegati nelle annose aspirazioni di una collettività, costituiscono oggi una realtà che farà dimenticare a quelle popolazioni le lunghe arsure e l'attesa nella fontanella pubblica. Così la rete delle fognature, questo primario ed indispensabile servizio di una collettività, era rilegato in un incantesimo d'attesa maleodorante. Anche per i cittadini di Cammarata è arrivato il momento dello scorrere degli scoli nel chiuso delle fognature, ponendo fine ad un degradante disagio, non più tollerabile da un popolo civile.

 

A Cammarata il problema della viabilità interna è aggravato dalla situazione topografica del paese che si sviluppa su un costone della montagna, svolgendosi quasi a nastro, da rendere necessari muraglioni di sostegno e bastioni. Un esempio di viabilità che si ripete in molti comuni della Sicilia e che ci ha dato occasione di lamentarne il disagio che deve sopportare la popolazione, se non si affrontano decisive opere di ammodernamento. Le realizzazioni già operate in questo settore, quelle in corso di esecuzione e quelle in programmazione daranno un nuovo ed organico assetto alla viabilità di Cammarata, relegando nel passato le squallide strade polverose o fangose che imprimono un aspetto grigio e malinconico.

 

La posizione topografica ne verrà avvantaggiata, promettendo sviluppi di rinnovamento ed incremento edilizio, che non soltanto renderanno più agevole la vita degli abitanti, ma contribuiranno ad un più accogliente sviluppo turistico. Infatti, con il suo riassettamento e la messa in ordine dei servizi essenziali, Cammarata può dirsi che aprirà le porte ad un turismo residenziale non evasivo, ma distensivo, che trova oggi il suo momento più favorevole sia in campo nazionale, che internazionale.

 

Il territorio di Cammarata si estende particolarmente sul monte alto 1580 m. s. m. con i suoi boschi, le sue sorgenti, la sua aria fresca e la vastità del panorama. La pineta, meta turistica di molti visitatori, costituisce già un naturale polo di attrazione, che riceverà sicuro incremento con la costruzione di un posto di ristoro a 1100 m.s.m., nella contrada di Caddeddi. Questo primo provvedimento, con la realizzazione di una migliore accoglienza, sicuramente apporterà più ampie iniziative, che dovrebbero contribuire alla formazione di un villaggio montano, in cui l'iniziativa pubblica favorisca ed incoraggi quella privata. Evidentemente, per realizzare questo piano di valorizzazione turistica della montagna, occorrono opere di infrastruttura che rendano agevole il soggiorno.

 

Cammarata per la sua posizione, per la varia bellezza dei suoi panorami e la vastità dei boschi antichi e nuovi, può offrire aria pura e fresca, silenzio, pace dei campi, acqua fresca, un incontro purificatore a contatto della natura. Un'attiva propaganda, che metta anche in rilievo le caratteristiche del paese con le sue stradette ripide a giravolte, le scale, i patii, le piazzette aeree, gli scorci pittoreschi che gli danno l'aspetto del primitivo, dell'intatto  nello scorrere incessante della vita e del tempo, potrebbe attirare anche correnti turistiche, che cominciano ad allontanarsi dalle attrattive convenzionali e sofisticate, per preferire località in cui le bellezze naturali s'incontrano con la semplicità dell'ambiente.

 

A promuovere piani ed iniziative è chiamata la Pro Loco di Cammarata che non deve sterilizzarsi in manifestazioni occasionali, anche di effetto, ma deve particolarmente svolgere una politica di avvicinamento e valorizzazione della montagna. Nel convegno delle Pro Loco siciliane tenutosi a Milazzo, il Sottosegretario al Ministero del Turismo ebbe ad illustrare l'importanza fondamentale di queste istituzioni, composte da cittadini legati da un amore comune della terra natia. Soffermandosi particolarmente su un aspetto essenziale del turismo italiano in piano europeo, indicava l'opportunità di costituire centri residenziali per le regioni nordiche europee, che desiderano trascorrere le loro giornate a godersi il sole di Sicilia.

Egli particolarmente si riferiva a quanti, già completata la loro esistenza di lavoro, desiderano trascorrere il periodo di riposo della loro vita confortati da un desiderio, che costituisce anche un bisogno fisiologico, di vivere nel caldo tepore di questa Sicilia. Egli sottolineava questo patrimonio immenso che noi godiamo, il sole, ma che rimane infruttuoso in una scelta ancora non avvenuta.

 

Un turismo residenziale, che soddisfi queste particolari esigenze, ha bisogno di opere d'infrastruttura che creino un ambiente confortevole e d'alto livello civile. Il sogno di migliaia di lavoratori, che hanno trascorso una esistenza di lavoro nelle regioni settentrionali d'Europa, non può essere mortificato da un ambiente che, per quanto favorito dalla natura, non è sufficientemente attrezzato su un livello civile e sociale, a cui sono abituati quelle popolazioni.

 

Ci sono forme e forme di turismo e non è errato affermare che quello più valido deve offrire distrazione e riposo. Da un aspetto economico poi il turismo stagionale è molto meno vantaggioso del turismo residenziale. Esula da questi studi un'approfondita analisi se a Cammarata può essere realizzato, nel programma di ammodernamento, un centro residenziale per stranieri : la risposta può essere data da

appositi comitati di studio e di contatto. Ma ogni piano di rinnovamento, se deve essere produttivo, non può tralasciare di rispondere alle diverse possibilità. Rientra, però, doveroso ricordare i punti programmati, perché essi possano trovare possibilità di attuazione in Sicilia.

 

La giovane Pro Loco di Cammarata non si attardi nelle occasionali manifestazioni, ma si avvicini a questi complessi problemi, che dai piccoli suggerimenti alle grandi iniziative sono i più efficienti motivi, per trasformare in valori sociali ed economici quanto è amore della terra natia. Ogni manifestazione sia un richiamo a programmi più vasti; così la festa della Montagna di Cammarata rappresenti una manifestazione di lancio per far conoscere le bellezze di quella vasta zona, ancor chiusa al grande pubblico e mortificata

dalla insufficienza delle opere infrastrutturali.

 

Il complesso boschivo di Cammarata in questi ultimi decenni ha avuto notevoli sviluppi, che s'inseriscono validamente nel quadro della difesa della montagna per evitare l'abbandono delle terre e, quindi, il denudamento, l'erosione, che più studiosi hanno definito «lo sfasciume della montagna continentale insulare». In molte zone si è ricostituita la « cotica pabulare », che migliorando il suolo, il microclima, mantiene un minimo d'umidità permanente e consente di avere un vero e proprio bosco, e non alberi radi e distanziati, che vivono isolati. Il bosco costituisce altresì un freno per l'erosione e il dissesto geologico che, come è noto, porta via al mare ogni anno milioni di metri di terreno coltivabile.

 

Cammarata è uno dei tanti comuni dell'Isola a prevalente economia agricola. La grave crisi, che attraversa questo settore, interessa circa il 70% della popolazione; le attività industriali, artigiane e turistiche non costituiscono attualmente un coefficiente rilevante nella composizione del reddito. Un vasto piano di iniziative è stato approntato, affinché gli agricoltori riordinino le loro culture, onde ottenere una qualificazione dei prodotti ed una maggiore produttività del lavoro.

 

Iniziative sono state prese per affrettare la modificazione dei criteri dell'attuale conduzione culturale, in modo da incoraggiare nuove possibilità produttive, particolarmente nel settore zootecnico. Altre iniziative nel settore industriale dovrebbero incrementare le richieste di lavoro che, con il risveglio delle attività artigiane in settori specializzati, in cui la mano d'opera costituisce il coefficiente più rilevante, apporterebbe un nuovo impulso all'economia del paese.

 

Questo è il contenuto essenziale dello impegno politico che, attraverso una visione realistica, cerca di rinnovare la vita sociale ed economica di Cammarata. Di fronte a questo impegno è però necessaria una maggiore partecipazione della popolazione alla vita comunitaria: si deve tenere conto che gli interventi esterni non si dimostrano validi, quando manca un'attiva partecipazione da parte della comunità. Al programma di lavoro degli amministratori di Cammarata non può non corrispondere, quindi, uno sviluppo del senso civico della comunità, se si vuole che le realizzazioni diventino operanti. Infatti, ogni realizzazione, che non s'inserisca nella vita attiva della comunità, non costituisce un elemento efficiente, ma un motivo estraneo, privo della sua funzionalità.

Questo è un argomento molto importante nella politica di rinnovamento delle strutture comunali perché, oltre a richiedere un'illuminata azione degli amministratori, richiede anche una maturità sociale della comunità che è chiamata a rendere funzionali le opere di rinnovamento. L'educazione civica non può intendersi soltanto nell'attesa di determinati servizi, o di incentivi economici,  se essa stessa non è pronta a renderli operanti e idonei a quelle trasformazioni che molte volte antiche usanze e tradizionali sistemi di condizioni ambientali attardano, se non addirittura annullano. Le modificazioni economiche, urbanistiche, sociali non debbono essere soltanto un dovere degli amministratori a cui corrisponda la apatia e l'isolamento del cittadino dagli interessi comunitari.

 

Non vorremmo essere tediosi, ma un alberello, che gli amministratori hanno piantato, può crescere e svilupparsi, se la comunità lo custodisce, la strada rimane pulita, se ciascuno abitante sente la dignità che nell'aspetto esteriore dell'ambiente urbano si rispecchia quello della propria casa. Così i rinnovamenti di struttura economica e le modificazioni suggerite dalle nuove esigenze sociali, se per le grandi opere debbono necessariamente attendere l'intervento esterno, nella loro capillarità debbono impegnare ogni singolo cittadino; attardarsi non significa un danno privato, ma una lesione agli interessi pubblici.

 

Il piccolo centro di Cammarata ci ha portato a conclusioni che potrebbero superficialmente sembrare estranee ad esso, ma lo stesso fatto di dare molte volte nella Collana « Paesi di Sicilia » la preferenza a piccoli centri, risponde al preciso scopo di trovare nelle piccole storie i grandi motivi che interessano il rinnovamento della Sicilia. L'Isola, che per secoli fu quadrivio della civiltà mediterranea, deve, nel rinnovamento in cui attualmente è impegnata, ritrovare il suo posto migliore, che non può essere realizzato, se non si sviluppi la coscienza comunitaria. Questa indicazione ci ha suggerito Cammarata e quindi, portarla alla generale attenzione, non può ritenersi estranea.

In questa Pagina abbiamo raccolto altri dettagli sulla storia di Cammarata

tratti dal libro paesi di sicilia dell'Istituto bibbliografico siciliano, stampato il 15 maggio del 1965, buona lettura.

Storia di Cammarata

Storia di San Giovanni Gemini